martedì 4 novembre 2008

Sarebbe davvero bello se la sapienza fosse in grado di scorrere dal più pieno al più vuoto di noi,

"Vieni qua, Socrate! Distenditi vicino a me, in modo che, stando a contatto con te, possa godere anch'io di quella sapienza che si è presentata a te mentre stavi nel vestibolo. E' chiaro, infatti, che tu l'hai trovata e che la possiedi. Altrimenti prima non ti saresti mosso!".
E Socrate si sedette e rispose: "Sarebbe davvero bello, Agatone, se la sapienza fosse in grado di scorrere dal più pieno al più vuoto di noi, quando ci accostiamo l'uno all'altro, come l'acqua che scorre nelle coppe attraverso un filo di lana da quella più piena a quella più vuota. E se anche per la sapienza fosse così, io apprezzerei molto lo stare sdraiato accanto a te, perché sono convinto che sarei riempito da te di copiosa e bella sapienza. La mia, infatti, sarebbe di poco conto, o anche discutibile, simile a sogno; invece la tua sapienza è splendente e in notevole accrescimento: quella sapienza che ieri l'altro vivamente risplendeva e che si è resa manifesta di fronte a più di trentamila Elleni come testimoni".


(Da "Il Simposio " di Platone)

domenica 28 settembre 2008

Buddha e kantaka sulle rive del lago Fior di Loto





Il Buddha Shakyamuni passeggiava un giorno nei Cieli, lungo le rive del lago del Fior di Loto. Negli abissi del lago, il Buddha vedeva gli inferi. E scorse un uomo chiamato Kantaka, morto da alcuni giorni, che si dibatteva e soffriva tra i tormenti infernali. Shakyamuni era animato da una compassione profonda, amava soccorrere le anime dannate che avessero compiuto anche una sola buona azione durante la loro esistenza. Kantaka era stato un ladro e aveva condotto una vita dissoluta. In una circostanza, tuttavia, aveva agito generosamente. Un giorno aveva visto sulla sua strada un grosso ragno e, nonostante la voglia di schiacciarlo, l'aveva lasciato in vita. proseguendo il cammino. Shakyamuni lesse, in quell'azione generosa, uno spirito buono, e fu preso dal desiderio di aiutarlo. Fece dunque discendere nelle profondità del lago un lungo filo di ragno, che penetrò negli inferi, fino a raggiungere Kantaka. Quando Kantaka vide quel filo, come una robusta corda d'argento, si disse che certamente sarebbe stato difficilissimo salire lungo di esso, ma che doveva tentare, tanto era ardente il suo desiderio di uscire dall'abisso. Prese dunque a salire; sempre più in alto.... sempre più in alto.... aiutandosi con le mani e con i piedi, e facendo immandi sforzi per non scivolare. L'ascesa era lunga. Giunto a metà del cammino, il ladro guardò verso gli inferi ormai lontanissimi. In alto scorgeva la luce, e non aveva altro desiderio che raggiungerla. Salì ancora e poi, volgendosi in basso con un ultimo sguardo, il ladro vide una gran folla che si arrampicava lungo la corda, sin dagli infimi abissi dell'inferno. Kantaka fu allora colto dal panico: la corda poteva a malapena reggere il suo peso e dunque avrebbe certamente ceduto, e tutti, lui compreso, sarebbero preciptati nuovamente negli abissi! "Voi dovevate rimanere nell'inferno! Perchè dunque mi avete seguito?" urlò verso coloro che stavano salendo dietro di lui. In quel preciso istante il filo si spezzò, esattamente sopra le mani di Kantaka, e tutti sprofondarono negli abissi tenebrosi. Nello stesso istante, il sole risplendette sopra il lago, sulla cui riva il Buddha stava passeggiando..

sabato 13 settembre 2008

EPITTETO, L'UOMO CITTADINO DEL MONDO

Se è vero quel che dicono i filosofi sulla parentela tra Dio e gli uomini, che cosa resta da fare a costoro se non seguire l'esempio di Socrate e cioè non rispondere mai a chi vuole sapere la loro città: "Sono cittadino d'Atene o cittadino di Corinto", ma "cittadino dell'universo"? Perché dici di essere ateniese e non semplicemente di quell'angolo di terra in cui fu gettato il tuo povero corpo al momento della nascita? Ovvero è chiaro che derivi da un principio superiore, che abbraccia non solo quell'angolo di terra, ma anche l'intera tua casa, e, in una parola, il paese dove si è perpetuata fino a te la stirpe dei tuoi antenati, e di qui, se mai, ti chiami ateniese o corinzio? Chi dunque ha penetrato l'organizzazione dell'universo e ha capito che "di tutte le cose la più grande, la più importante, la più universale è la società formata dagli uomini e da Dio, e che da lui le forze generatrici scendono non solo fino a mio padre e a mio nonno, ma a tutto ciò che sulla terra nasce e cresce, specialmente agli esseri ragionevoli, giacché essi soli per natura partecipano alla comunione divina, essendo legati a Dio per la ragione", perché non dirà di essere cittadino dell'universo?

sabato 2 agosto 2008

Perchè la maggior parte dei mortali si lagna per la cattiveria della natura

LA BREVITA' DELLA VITA

La maggior parte dei mortali, o Paolino, si lagna per la cattiveria della natura, perché siamo messi al mondo per un esiguo periodo di tempo, perché questi periodi di tempo a noi concessi trascorrono così velocemente, così in fretta che, tranne pochissimi, la vita abbandoni gli altri nello stesso sorgere della vita. Né di tale calamità, comune a tutti, come credono, si lamentò solo la folla e il dissennato popolino; questo stato d'animo suscitò le lamentele anche di personaggi famosi. Da qui deriva la famosa esclamazione del più illustre dei medici, che la vita è breve, l'arte lunga; di qui la contesa, poco decorosa per un saggio, dell'esigente Aristotele con la natura delle cose, perché essa è stata tanto benevola nei confronti degli animali, che possono vivere cinque o dieci generazioni, ed invece ha concesso un tempo tanto più breve all'uomo, nato a tante e così grandi cose. Noi non disponiamo di poco tempo, ma ne abbiamo perduto molto. La vita è lunga abbastanza e ci è stata data con larghezza per la realizzazione delle più grandi imprese, se fosse impiegata tutta con diligenza; ma quando essa trascorre nello spreco e nell'indifferenza, quando non viene spesa per nulla di buono, spinti alla fine dall'estrema necessità, ci accorgiamo che essa è passata e non ci siamo accorti del suo trascorrere. È così: non riceviamo una vita breve, ma l'abbiamo resa noi, e non siamo poveri di essa, ma prodighi. Come sontuose e regali ricchezze, quando siano giunte ad un cattivo padrone, vengono dissipate in un attimo, ma, benché modeste, se vengono affidate ad un buon custode, si incrementano con l'investimento, così la nostra vita molto si estende per chi sa bene gestirla.

SENECA

domenica 6 luglio 2008

Preferisco essere un sognatore


Preferisco essere un sognatore
fra i più umili con visioni da
realizzare, piuttosto che il principe
di un popolo senza sogni né desideri.
Kahlil Gibran

martedì 10 giugno 2008

giovedì 15 maggio 2008

giovedì 8 maggio 2008