domenica 28 settembre 2008

Buddha e kantaka sulle rive del lago Fior di Loto





Il Buddha Shakyamuni passeggiava un giorno nei Cieli, lungo le rive del lago del Fior di Loto. Negli abissi del lago, il Buddha vedeva gli inferi. E scorse un uomo chiamato Kantaka, morto da alcuni giorni, che si dibatteva e soffriva tra i tormenti infernali. Shakyamuni era animato da una compassione profonda, amava soccorrere le anime dannate che avessero compiuto anche una sola buona azione durante la loro esistenza. Kantaka era stato un ladro e aveva condotto una vita dissoluta. In una circostanza, tuttavia, aveva agito generosamente. Un giorno aveva visto sulla sua strada un grosso ragno e, nonostante la voglia di schiacciarlo, l'aveva lasciato in vita. proseguendo il cammino. Shakyamuni lesse, in quell'azione generosa, uno spirito buono, e fu preso dal desiderio di aiutarlo. Fece dunque discendere nelle profondità del lago un lungo filo di ragno, che penetrò negli inferi, fino a raggiungere Kantaka. Quando Kantaka vide quel filo, come una robusta corda d'argento, si disse che certamente sarebbe stato difficilissimo salire lungo di esso, ma che doveva tentare, tanto era ardente il suo desiderio di uscire dall'abisso. Prese dunque a salire; sempre più in alto.... sempre più in alto.... aiutandosi con le mani e con i piedi, e facendo immandi sforzi per non scivolare. L'ascesa era lunga. Giunto a metà del cammino, il ladro guardò verso gli inferi ormai lontanissimi. In alto scorgeva la luce, e non aveva altro desiderio che raggiungerla. Salì ancora e poi, volgendosi in basso con un ultimo sguardo, il ladro vide una gran folla che si arrampicava lungo la corda, sin dagli infimi abissi dell'inferno. Kantaka fu allora colto dal panico: la corda poteva a malapena reggere il suo peso e dunque avrebbe certamente ceduto, e tutti, lui compreso, sarebbero preciptati nuovamente negli abissi! "Voi dovevate rimanere nell'inferno! Perchè dunque mi avete seguito?" urlò verso coloro che stavano salendo dietro di lui. In quel preciso istante il filo si spezzò, esattamente sopra le mani di Kantaka, e tutti sprofondarono negli abissi tenebrosi. Nello stesso istante, il sole risplendette sopra il lago, sulla cui riva il Buddha stava passeggiando..

sabato 13 settembre 2008

EPITTETO, L'UOMO CITTADINO DEL MONDO

Se è vero quel che dicono i filosofi sulla parentela tra Dio e gli uomini, che cosa resta da fare a costoro se non seguire l'esempio di Socrate e cioè non rispondere mai a chi vuole sapere la loro città: "Sono cittadino d'Atene o cittadino di Corinto", ma "cittadino dell'universo"? Perché dici di essere ateniese e non semplicemente di quell'angolo di terra in cui fu gettato il tuo povero corpo al momento della nascita? Ovvero è chiaro che derivi da un principio superiore, che abbraccia non solo quell'angolo di terra, ma anche l'intera tua casa, e, in una parola, il paese dove si è perpetuata fino a te la stirpe dei tuoi antenati, e di qui, se mai, ti chiami ateniese o corinzio? Chi dunque ha penetrato l'organizzazione dell'universo e ha capito che "di tutte le cose la più grande, la più importante, la più universale è la società formata dagli uomini e da Dio, e che da lui le forze generatrici scendono non solo fino a mio padre e a mio nonno, ma a tutto ciò che sulla terra nasce e cresce, specialmente agli esseri ragionevoli, giacché essi soli per natura partecipano alla comunione divina, essendo legati a Dio per la ragione", perché non dirà di essere cittadino dell'universo?